Wednesday, August 1, 2018

L'obiettivo di Donald Trump? Distruggere i movimenti sovranisti anti-UE.


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Sin dal debutto di Donald Trump come candidato alle presidenziali, la sua campagna è stata subito definita dalla stampa mainstream americana come “populista”, collocandolo sullo stesso piano di Bernie Sanders, candidato del partito democratico. Ma mentre Bernie Sanders si concentrava sulla disuguaglianza economica che sosteneva stesse erodendo la classe media americana, Trump proponeva discorsi generici contro le élites al potere, contro “Washington”, contro l’immigrazione clandestina e contro alcuni trattati internazionali come il TPP.
Tuttavia, una volta eletto presidente, Donald Trump ha esordito nominando Rex Tillerson segretario di stato. Tillerson è stato amministratore delegato di Exxon-Mobil dal 2006 al 2017 e possiede un patrimonio personale di $218 milioni in azioni Exxon oltre ad una pensione di $70 milioni.
Un personaggio, quindi, che rappresenta in pieno quell’élite che Trump sosteneva di combattere.
A conferma di quale sia veramente la politica di Donald Trump, nel dicembre 2017 il presidente  riesce ad abrogare il cosiddetto individual mandate, cioè il diritto per ogni cittadino Americano ad avere un’assicurazione sanitaria. In pratica toglie a circa 13.000.000 di Americani in condizioni di indigenza il diritto all’assistenza sanitaria. 
Poi il 22 dicembre 2017 Trump firma il Tax Cuts and Jobs Act: tale legge viene accompagnata da diversi tweet in cui Trump afferma che la riduzione fiscale contenuta nella legge è a favore della classe media e dei lavoratori. Secondo l’Institute on Taxation and Economic Policy, il piano di Trump è strutturato in modo che la classe media riceva una riduzione fiscale dell’8%, quindi appena un sesto del 48% che andrà all’1% della popolazione. Il restante 60% della popolazione riceverà solo il 14% di riduzione nel 2027, meno di un terzo di quello che riceveranno i super ricchi appartenenti all’1%.
In conclusione, al di là dei proclami populisti pubblicati dal presidente su Twitter, la riforma fiscale è mirata ad avvantaggiare esclusivamente e la categoria dei ricchissimi e delle grandi aziende e non di certo la classe media come asserito dallo stesso Trump. Successivamente, nell’aprile del 2018, Trump auspica di abrogare quanto prima la legge Dodd Frank, ovvero il regolamento dei mercati finanziari finalizzato alla protezione del risparmiatore che investe in borsa. Tale legge, che era stata approvata da Barack Obama nel 2010 dopo la crisi del 2008, era stata definita da Giampaolo Conte “la più importante riforma del sistema finanziario dopo il Glass-Steagall Act del 1933”. La legge bancaria Glass-Steagall consisteva in una serie di misure per contenere la speculazione da parte degli intermediari finanziari e prevenire le situazioni di panico bancario. Tutti questi provvedimenti cozzano apertamente con quanto dichiarato da Trump in campagna elettorale quando si era presentato sbandierando toni e messaggi a sostegno della classe media e dei lavoratori. Dall’inizio della sua presidenza, il suo mandato è stato caratterizzato da una serie di provvedimenti apertamente liberisti realizzati in favore di imprese del settore finanza e delle grandi corporations: in pratica è la solita formula della trickle down economics, la teoria economica ultraliberista secondo la quale la riduzione fiscale alle grandi corporations e ai super ricchi crea investimenti nel breve termine e vantaggi per l'intera società nel lungo termine.
Il 6 giugno 2018 Trump ha firmato il VA Mission Act, un’iniziativa per sostenere ed espandere l’assistenza sanitaria dei veterani delle forze armate statunitensi: si tratta di un progetto bipartisan ad iniziativa di senatori democratici e repubblicani che prevede un’iniezione di circa 55 miliardi di dollari nel fondo per i veterani. La legge è sicuramente lodevole, se non fosse che lo stesso giorno in cui Trump ha firmato la legge, alcuni rappresentanti della casa bianca abbiano dichiarato che “la proposta di sostenere l’assistenza per i veterani è un anatema contro la spesa responsabile”, aggiungendo che “si prevede che tale legge condurrà ad una lievitazione dei costi e una crescita virtualmente illimitata nella spesa per l’assistenza sanitaria dei veterani”.
Allo stesso tempo secondo Erica Werner e Lisa Rein del Washington Post, la casa bianca è attivamente impegnata in un’attività di lobbying per definanziare completamente il fondo di 55 miliardi destinato ai veterani. In pratica Trump nonostante abbia firmato la legge per espandere il diritto all’assistenza sanitaria privata dei veterani, è impegnato nel contempo nell’abrogare questa stessa legge, sebbene egli, attraverso Twitter, affermi che è “inaccettabile il fatto che i veterani siano obbligati a fare code infinite per ricevere le cure ospedaliere.”
Se guardiamo all’origine dei movimenti sovranisti europei, a come si sono formati e ai loro obiettivi primari, ci risulta difficile se non impossibile stabilire una benché minima affinità con il pseudo populismo di Trump. Non pretendiamo qui di fornire un’analisi esaustiva dell’attuale panorama politico europeo ma ci limiteremo ad un esame comparativo tra la dottrina populista di Donald Trump e quello che è oggettivamente il primo governo populista europeo, ovvero quello Italiano. La coalizione di governo che si è formata in Italia dopo la vittoria delle elezioni del 4 marzo 2018 è formata per il 32% dal Movimento 5 stelle e per il 17% dalla Lega di Matteo Salvini.
Il programma politico del movimento 5 stelle è incentrato nella lotta contro la corruzione, l’ingiustizia sociale, i salvataggi delle banche e i tagli allo stato sociale.
Più significativo ancora è il fatto che il Movimento 5 stelle è stato d’ispirazione per Micah White nella creazione del movimento americano “Occupy Wall Street”; White ha anche pubblicato un articolo sul blog di Beppe Grillo, fondatore del movimento italiano, riconoscendogli questo merito.
Nello stesso articolo Grillo auspicava la nascita di un movimento internazionale e guardava ad Occupy Wall Street come ad un estensione del movimento cinque stelle sul territorio Americano.
La posizione anti-sistema del Movimento 5 stelle che vede una corrispondenza nei valori del movimento Occupy Wall Street fa pensare che forse l’associazione creata dai media americani tra il populismo di Donald Trump e quello Italiano si basa praticamente sul nulla.
Immaginare Donald Trump come un sostenitore di Occupy Wall Street credo sia definibile, usando un eufemismo, come “fantascienza”. A conferma di quanto da me sostenuto, vi è inoltre la posizione di Steve Bannon, ex capo stratega della campagna elettorale di Donald Trump e grande ed entusiasta sostenitore del governo Lega - M5S.
Bannon è un ex finanziere di Wall Street che ha lavorato prima per Goldman Sachs, per poi cambiare carriera e dedicarsi alla produzione di documentari. Nel 2012 Bannon produce il documentario "Occupy Unmasked" contro il movimento di Occupy Wall StreetBannon, insieme al commentatore politico conservatore Andrew Breibart, afferma che il movimento Occupy Wall Street è sinistro, violento e organizzato con l'intento di distruggere il capitalismo americano e rovinare l'immagine degli imprenditori di New York. Il documentario inoltre insinua che i membri del movimento hanno commesso stupri, uso di droga e distruzione di proprietà presso il parco Zuccotti.  Oltre a questo Bannon è contro qualsiasi politica di spesa e di deficit soprattutto se la spesa riguarda lo stato sociale, che Bannon definisce come male assoluto. In Generation zero, un documentario prodotto da Bannon nel 2010, Bannon definisce lo stato sociale americano inclusa l'assistenza sanitaria come "di tipo socialista".
La domanda che ci poniamo è quindi la seguente: da dove nasce la contiguità tra Donald Trump e i populisti europei se a livello di politica sono su fronti contrapposti?

La risposta è in un tweet di Donald Trump del 24 Agosto 2016. Nella fase finale della campagna elettorale, Trump pubblica un tweet in cui afferma testualmente: “Nigel Farage della famosa Brexit - Possiamo farlo! Possiamo rendere l’America ancora grande!".
In pratica con questo tweet Donald Trump sale sul treno della Brexit per andare letteralmente “a rimorchio” della popolarità riscossa da Farage come fautore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Non solo, Trump prende spunto dalla Brexit per dare energia al suo slogan “Make America Great Again!”






















La mossa di Trump che sponsorizza il movimento “Leave” di Nigel Farage, lo classifica automaticamente di fatto come alleato di tutti i movimenti populisti europei, in quanto Farage costituisce uno dei principali esponenti della protesta anti-Unione Europea ed è amico personale di Beppe Grillo e di Matteo Salvini.
In un secondo tweet, Trump arriva addirittura a proporre Nigel Farage come ambasciatore del Regno Unito a Washington. Occorre ricordare che i movimenti populisti europei si caratterizzano per il comune sentimento anti-unione europea e per un rinnovato sostegno alle sovranità nazionali contro le grandi organizzazioni internazionali come l’UE e la NATO
Quindi la domanda è: per quale motivo il Presidente della superpotenza che ha creato NATO e UE dovrebbe sostenere dei movimenti che sono in aperto contrasto con gli interessi e la politica dell'America?
E ancora: se gli interessi dell’America di Trump sono esattamente l’opposto di quelli dei populisti europei, perché Trump dichiara pubblicamente di esserne un sostenitore?
Verso la fine della sua campagna elettorale, in un’intervista alla rete televisiva NBC, Donald Trump ha affermato che l’Unione Europea è stata creata per “battere gli Stati Uniti quando si tratta di fare soldi” ed ha poi aggiunto che “la ragione che ha unito insieme l’Europa è stata quella di formare un consorzio in modo che potesse competere con gli Stati Uniti”.
Al contrario di quanto affermato da Donald Trump, secondo Richard J. Aldrich, professore di International Security alla Warwick University e membro della Royal Historical Society, l’Unione Europea nasce in realtà alla fine della seconda guerra mondiale su iniziativa americana.
I rappresentanti del governo statunitense, nel tentativo di ricostruire e stabilizzare l’Europa post-bellica, lavorarono partendo dall’assunto che l’Europa necessitava di una rapida unificazione che avrebbe dovuto portare agli Stati Uniti d’Europa. Uno dei principali e più consistenti elementi della politica estera di Harry Truman era proprio l’unificazione europea, che fu enfatizzata ancora di più dal suo successore, il generale Eisenhower.
Una delle più interessanti operazioni clandestine statunitensi nell’Europa del dopoguerra è stata il finanziamento del Movimento Europeo: un'organizzazione che richiedeva una rapida unificazione dell’Europa, focalizzando i propri sforzi sul Consiglio d’Europa, i cui membri fondatori erano Winston Churchill, Paul-Henri Spaak, Konrad Adenauer, Leon Blume e Alcide de Gasperi.
Secondo Morris Mottale, Professore di Scienze Politiche alla Franklin University di Lugano, l’Europa occidentale venne ricostruita attraverso i fondi provenienti dal piano Marshall e le prime forme di mercato unico europeo, cioè la CED e la CECA, che furono l’anticamera dell’attuale UE e si realizzarono in un sistema in cui l’economia europea era fortemente vincolata a quella Americana. Gli Stati Uniti non hanno mai nascosto che la creazione di un’Europa unita e da loro controllata fosse la premessa della propria politica estera. Per costruirla hanno utilizzato e utilizzano tuttora la NATO. Dal primissimo dopoguerra ad oggi ogni paese europeo che voleva entrare a far parte del processo di integrazione europea è in primo luogo dovuto diventare membro dell’Alleanza Atlantica.
Sempre secondo Mottale, l’ingresso nella NATO costituisce l’anticamera per l’ingresso nella UE. Mottale fa l’esempio del Montenegro che, per farsi ammettere nella UE, ha richiesto l’ingresso nella NATO. Tutti gli attuali Paesi della UE sono anche membri della NATO, tranne Irlanda e Svezia che però, hanno dovuto siglare una partnership con la suddetta organizzazione. È una regola non scritta: se vuoi entrare in Europa devi prima entrare nell’Alleanza Atlantica. Inoltre, ai paesi che richiedono l’ingresso nell’Unione Europea, prima di tutto viene richiesta loro la liberalizzazione degli scambi economici: tutti i Paesi devono abbassare le tariffe doganali sui propri prodotti per permettere al libero mercato di svilupparsi. Questo ticket obbligatorio sulla liberalizzazione degli scambi ci fa anche capire come la recente minaccia di imporre dei dazi ai prodotti europei ventilata da Donald Trump sia anche questa l'ennesimo bluff a carte scoperte. 

E’ importante evidenziare come nella seconda parte di questo tweet Donald Trump consideri obbligatorio per gli europei assecondare le misure di austerity proposte dall’UE al fine di far riprendere le proprie economie. In pratica Trump si schiera in difesa di quella politica di austerity dell’UE contro la quale i populisti europei combattono da sempre.
Riguardo invece la NATO, Trump ha pubblicato diversi tweet sull’alleanza atlantica e il primo che proponiamo è un tweet del 28 maggio 2017 che è stato successivamente cancellato.
In questo tweet Trump afferma di essere appena arrivato in Italia dopo una riunione della NATO a Bruxelles, in cui ha riferito alle nazioni europee che devono pagare di più per la loro partecipazione all’alleanza atlantica passando dall'1 al 3% del PIL.



In seguito la strategia di Trump diventa più sottile e nei tweet che riguardano la NATO si rivolge solo alla Germania che guarda caso è la nazione più presa di mira dai movimenti sovranisti in modo da perpetuare l'illusione della sua vicinanza al sentimento anti-UE mentre in realtà rappresenta  interessi diametralmente opposti.


Ricapitolando, Trump in due diversi tweet sull’Europa ricorda agli europei sia di accondiscendere alle misure di austerità imposte dall’Unione Europea sia di pagare di più per la partecipazione all’Alleanza atlantica.
Con questo vogliamo mettere in evidenza come anche riguardo la politica estera Trump non sia affatto un populista vicino o affine ai movimenti populisti europei come i suoi tweet e le comparsate insieme a Nigel Farage vogliono farci credere ma rappresenti esattamente gli interessi opposti.
I movimenti populisti europei si caratterizzano per le loro rivendicazioni sovraniste, contro le grandi organizzazioni internazionali come l’UE e la NATO che sono nella realtà dei fatti difese e sostenute da Donald Trump che vuole anzi che i membri della NATO paghino due punti percentuali di PIL in più rispettto a quanto già pagano!
Un paese come l’America non potrebbe mai sostenere dei movimenti sovranisti perché, essendo una superpotenza, persegue una politica di dominio militare globale che è molto vicina all’imperialismo, posizione che si colloca esattamente all’opposto di qualunque rivendicazione sovranista, specialmente se proveniente da un paese NATO come l'Italia sul cui territorio ci sono 59 basi militari americane. L'Italia è infatti il quinto avamposto statunitense nel mondo per numero d’installazioni militari, dopo Germania, con 179 basi, Giappone con 103, Afghanistan con 100 e Corea del Sud con 89. E se la fine della Guerra Fredda ha imposto un graduale disimpegno delle forze americane impegnate in Europa, negli ultimi vent'anni il pentagono ha invece continuato ad investire sulle basi italiane, divenute negli anni vere e proprie rampe di lancio per operazioni in Africa e Medio Oriente. Mentre in Germania il numero di truppe americane è sceso dai 250.000 del 1989 ai 50.000 di oggi, in Italia il numero è rimasto invariato – 13.000 – ma sono cambiate le proporzioni. Tradotto, se durante la prima Guerra del Golfo del 1991 la percentuale delle truppe americane era del 5% di quelle di stanza in tutta Europa, oggi è tre volte tanto, il 15% .
La base italiana di Vicenza – oggi rinominata caserma del Din è stata recentemente ampliata grazie ad un progetto che in 8 anni è costato 304 milioni di dollari. Duemila i militari al lavoro nella base, due garage a più livelli che ospitano più di 800 mezzi militari. Il governo Americano ha investito per la base di Aviano più del doppio di quanto speso per la base di Vicenza che oggi è totalmente operativa grazie ai 610 milioni di dollari spesi per il progetto di ampliamento con la costruzione di 300 nuove strutture. Un progetto reso possibile anche grazie alla concessione dello Stato italiano di 85 ettari a titolo gratuito e allo stanziamento nel 2004 di altri 115 milioni di dollari. Numeri che hanno fatto di Aviano la più grande base aerea americana del mediterraneo, che ospita uno stormo di cacciabombardieri F-16 – trasferiti dalla Spagna nel 1992 – e un arsenale di 50 bombe atomiche. A Napoli si trova inoltre la base di supporto navale all'interno dell'aeroporto di Capodichino, ampliata nel 1996 grazie ad un finanziamento del Pentagono di 300 milioni di dollari. Qui, dal 2005 si è insediato il quartier generale europeo della Us Navy che collabora in piena sinergia con AFRICOM, il comando Usa per l'Africa. Ma la finestra sull'Africa prediletta dagli americani rimane per ovvie ragioni geografiche la Sicilia. Dall'ottobre del 2001, con l'avvio del nuovo anno fiscale, il Pentagono ha stanziato 300 milioni di dollari per i lavori di ampliamento della base di Sigonella . Numeri che ci dicono che gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno investito di più in Sicilia – eccezion fatta per Vicenza - che in altre basi italiane. Uno sforzo economico che ad oggi ha portato Sigonella ad essere il secondo aeroporto militare più trafficatod'Europa e la prima pista da cui nel 2002 sono decollati in perlustrazione i droni Global Hawk. Il dato che più ci interessa però è il costo sostenuto annualmente dallo stato Italiano per l'appartenenza alla NATO che è di 20 MILIARDI DI EURO ALL'ANNO.
Ma c'è di più: l'Italia – come rivelato a Mother Jones da un ufficiale americano – è un Paese che offre flessibilità operativa, con poche restrizioni e piena libertà d'azione. Un paese dove, per utilizzare le parole dell'ex ambasciatore Usa in Italia Melvin Sembler, il “governo Italiano dà al Pentagono tutto ciò che vuole”.
La mia ultima considerazione riguarda il fatto che, anche se ogni amministrazione che si insedia alla Casa Bianca ha un colore politico diverso, vi è un elemento che non cambia mai: il budget della difesa. Il budget della difesa USA, infatti, rimane immutato nella sua crescita esponenziale anno dopo anno.

Nell'anno fiscale 2018 la spesa statunitense del comparto difesa è stata di $869 miliardi e per il 2019 è previsto un aumento di $82,1 miliardi. Senza contare che il governo federale USA dispone anche di un cosiddetto black budget per la difesa, del quale non è dato conoscerne l'entità, ma di cui si hanno solo delle stime approssimative.
Tutti questi dati dovrebbero farci riflettere che apostrofare o definire Donald Trump come “populista” o “il presidente contro le élites e contro Washington” non solo sono false affermazioni che contrastano con la realtà dei fatti ma possiamo affermare che l'intera strategia che mira a dipingere Donald Trump come populista è un vero e proprio inganno.
Ma l'inganno non finisce con il tentativo ridicolo di spacciare Donald Trump come populista per accostarlo ai movimenti sovranisti europei. Si è cercato di associarlo anche con la Russia di Vladimir Putin cercando in tutti i modi di farci credere che l'elezione di Trump sia in realtà un'iniziativa della Russia di Vladimir Putin. Questo perché nella migliore tradizione dicotomica di scuola Hollywoodiana si cerca sempre di creare due assi contrapposti che riflettano lo schema bene contro male. 
Il dossier Trump–Russia, anche conosciuto come “dossier Steele”, è un rapporto di intelligence composto da 17 memorandum scritti tra giugno e dicembre 2016 da Christopher Steele, ex direttore del settore Russia per il servizio di intelligence britannico MI6. E' una storia analoga a quella del Nigergate, quando per giustificare la presenza di uranio in Iraq gli Americani hanno "utilizzato" un dossier prodotto dai servizi segreti italiani che si è poi rivelato ovviamente un falso.
Il dossier dell'MI6 sul Russiagate contiene delle accuse di condotta disdicevole e di cospirazione riferite sia ai membri della campagna elettorale di Donald Trump sia al governo russo. Il dossier sostiene che la Russia ha cercato di danneggiare la candidatura di Hillary Clinton e di favorire con quest'attività l'elezione di Donald Trump.
Nel gennaio 2017, il direttore dell'intelligence nazionale James Clapper ha testimoniato che la Russia ha interferito nelle elezioni americane diffondendo notizie false che sono state promosse sui social media. Nonostante ciò, il 1 Febbraio 2017 Donald Trump nomina Rex Tillerson segretario di stato: Tillerson si era opposto alle sanzioni messe in atto dal Presidente Obama contro la Russia poiché, tra il 2011 e il 2013, Exxon aveva firmato una serie di contratti con la società statale russa Rosneft per esplorare il Mar Nero, avviare lo sfruttamento di giacimenti di shale nella Siberia occidentale e, soprattutto, iniziare le trivellazioni petrolifere nell'Oceano Artico, uno dei più grandi e non sfruttati giacimenti di carburanti fossili rimasti sul pianeta. Tillerson è anche stato direttore del consorzio USA - Russia Exxon/Neftegas, una joint venture composta dalla società petrolifera americana Exxon e la società statale Russa Neftegas. Da notare che la nomina di Tillerson a segretario di stato arriva il 1 Febbraio 2017, ventiquattro giorni dopo che il Direttore della National Intelligence ha pubblicato un rapporto sull'interferenza del governo russo nelle elezioni presidenziali americane del 2016. Alla luce di questi fatti risulta evidente che la scelta del Presidente Trump di nominare segretario di stato l'ex presidente di una joint venture russo-americana che ha lavorato per il Presidente russo Vladimir Putin e che ha pubblicamente dichiarato di essere contro le sanzioni economiche alla Russia sia quantomeno poco opportuna. Questa scelta così apertamente filorussa di Trump, dopo che il direttore dei servizi d'intelligence ha pubblicato una valutazione da cui si evince che il governo russo ha interferito nelle elezioni presidenziali, sembra essere quindi voluta e pianificata a tavolino, come se il suo essere associato alla Russia di Putin facesse parte integrante del suo mandato presidenzialeL'aspetto paradossale di questa storia che vuole Donald Trump contiguo alla Russia di Vladimir Putin è che a sostenere questa storia sono soltanto i media e le autorità statunitensi e che questa associazione abbia in realtà la stessa matrice dei tweet pseudo-populisti di Trump.
La conclusione è che questo schema complottista di matrice americana-hollywoodiana stia cercando a tutti i costi di costruire due fronti globali contrapposti: da una parte i cd populisti/sovranisti tra i quali il governo M5S-Lega e la Russia di Putin che devono essere per forza di cose associate all'uomo più odiato del mondo: Donald Trump. Dall'altra le forze cd. "democratiche". Ma si tratta in realtà di una gigantesca illusione creata ad hoc per permettere alle forze globaliste di continuare indisturbate nel perseguimento della loro agenda.
Recentemente Trump ha sostenuto in più di un'occasione che la NATO è un “organizzazione” obsoleta che va rinnovata. Gli aumenti della spesa militare proposti da Donald Trump sono rispettivamente del 7% per l'anno fiscale 2018 e del 13% per il 2019 e che ogni paese membro dell'alleanza atlantica debba aumentare il proprio contributo dall'1 al 3% del proprio PIL nazionale. Nonostante questi proclami deliranti, nessun politico di nessun paese membro ha pensato anche solo di proporre l'uscita dall'alleanza, perché non di alleanza si tratta ma di una partecipazione obbligatoria che non può essere messa in discussione. Men che meno adesso quando l'inquilino della casa bianca è un acerrimo populista nemico delle grandi organizzazioni internazionali come NATO  e UE che si è schierato in favore dei movimenti sovranisti europei.
A questo riguardo ci sembra estremamente significativa una frase di Vladimir Putin pronunciata in una serie di interviste rilasciate al regista americano Oliver Stone:


Non importa chi è il presidente degli Stati Uniti, perché i presidenti vanno e vengono e anche i partiti politici in carica cambiano - ma la direzione politica non cambia. Ecco perché nel grande schema delle cose non ci importa chi è il presidente degli Stati Uniti perché sappiamo già più o meno quello che succederà" .


In conclusione, il populismo europeo si rifà ai principi di quello russo della metà del XIX secolo, di cui giustizia e uguaglianza sociale ne sono i valori fondanti e gli stessi valori hanno ispirato il programma politico del Movimento cinque stelle che è finalizzato allo smantellamento della legislazione neoliberista voluta dai governi italiani che si sono susseguiti dal 2011 fino al 2017.
Quello di Trump è invece un populismo fondato solo sull'immagine esteriore: a conferma di ciò, abbiamo visto i proclami sensazionalistici a favore della classe media - puntualmente disattesi dai tagli alle tasse a favore delle multinazionali e dei super ricchi – e, non ultima, l'associazione artificiosa con la Russia di Vladimir Putin - che non ha assolutamente nulla in comune con l'America di Donald Trump. E ancora, il suo prodigarsi per fare pagare di più i paesi aderenti alla NATO, i tweet a favore delle misure di austerity dell'Unione Europea e, nel contempo, le dichiarazioni di stima a Nigel Farage e alla Brexit. Un atteggiamento che definire schizofrenico è un eufemismo. Sappiamo che gli Stati Uniti d'America sono stati fautori dell'unificazione europea sin dal 1948. Perciò se l'America mostra interesse nel mantenere l’Europa unita, perché Donald Trump afferma di sostenere i movimenti populisti e sovranisti - primo tra tutti quello italiano con il quale dal punto di vista politico si trova esattamente agli opposti?
Il governo Trump persegue la tradizionale politica ultraliberista dei conservatori Americani che si colloca esattamente all'opposto di quella dei sovranisti europei che sono dichiaratamente anti-liberisti. 
Abbiamo visto che il Movimento cinque stelle è stato d'ispirazione per la creazione negli USA di Occupy Wall Street, un movimento anti-mercato azionario, anti multinazionali e anti-liberista. Steve Bannon, ex capo stratega della campagna di Donald Trump è un entusiasta sostenitore del governo Lega- 5 stelle ma in un’intervista ha paragonato Occupy Wall Street, (movimento ispirato dagli stessi valori del M5S) alle “camicie brune di Adolf Hitler” asserendo che il movimento vuole distruggere il capitalismo americano.
Perciò il quesito che dovremmo porci è quindi il seguente: per quale motivo il Presidente degli Stati Uniti d'America - un paese fondato sul libero mercato senza regole, un paese che fonda la propria economia sulla guerra e sulla vendita di armi, il paese che guida l'alleanza atlantica e che basa il proprio potere sul dominio militare - dovrebbe avere interesse a promuovere i movimenti sovranisti europei, quando la politica Americana si basa proprio sul dominio di quei paesi ai quali vorrebbe imporre la stessa visione neoliberista attraverso l'Unione Europea loro creatura?
Purtroppo credo che per la risposta a questa domanda dovremo aspettare ancora un po' ma possiamo almeno avere la certezza sin da adesso che, quando la risposta arriverà, non sarà di certo piacevole. Una prima risposta l'abbiamo ricevuta il 30 luglio con la visita del Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte a Washington, durante la quale Conte ha dichiarato che il Trans Atlantic Pipeline (TAP), il gasdotto che approderà in Italia, nella provincia di Lecce permettendo l'afflusso di gas naturale proveniente dall'area del Mar Caspio (Azerbaigian) "è un'opera strategica". Da notare che le comunità locali pugliesi attraversate dal gasdotto sono tutte contrarie all'impianto e che il Movimento 5 stelle ha fatto del NO TAP uno dei cavalli di battaglia della propria campagna elettorale definendola "un'opera inutile".
La retromarcia di Conte è quindi il primo frutto dell'abbraccio mortale di Donald Trump ai movimenti sovranisti europei.
La conclusione finale che possiamo evincere dai dati analizzati è che, essendo gli Stati Uniti d'America una nazione che fonda la propria economia sulla guerra e sul dominio militare, l'unica filosofia alla quale il Paese potrà trarre ispirazione è “l’arte della guerra”, l’opera di Sun Tzu che può essere riassunta in un’unica frase emblematica che racchiude, altresì, l'intera politica degli Stati Uniti: "Tutta la guerra si basa sull'inganno".
Dunque, se l'America si basa sulla guerra e questa si fonda sull'inganno è normale che l'intera politica USA si basi anche questa interamente sull'inganno.
E pluribus unum

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